CERTIFICAZIONI

Omaggio al fondatore "Il mio tipografo"

Mi colpì non poco, in una mia fugace visita ad un caro amico avvocato, una di quelle mattonelle di ceramica, caratteristiche della zona, posta dietro l'ampia poltrona dello studio legale. Lessi su di essa una frase che non avevo ancor vista visitando i molteplici negozi, dispersi per ogni dove: «Dell'avvocato è più facile dirne male che farne a meno». La meditai e la trovai vera. Come si fa in questo mondo, ove quasi sempre l'uomo è lupo per l'altro uomo, a non violare, sia pure sfiorandolo soltanto, il codice delle pene, e a non far ricorso al perito della Legge per essere garantiti nei nostri diritti minati o violati?
La bella mattonella dell'amico azzecca-garbugli mi torna alla mente a proposito dei tipografi.
Anche di essi è facile dirne male, specie quando ci si è costretti a vivere a stretto giro di gomiti per fissare nel piombo dei caratteri il pensiero che da anni anela veder la luce. L'ardore, nello scrittore, dell'ideale che ama tradursi in realtà, viene a cozzare con l'altro ideale, nel tipografo, di realizzare un buon guadagno alle spalle di chi vive mendicando dalla penna il pane e un nome. Quanto a me, non me la sento di sottoscrivere a occhi chiusi all'affermazione d'uno scrittore di non essere stato mai ricco «grazie alla Provvidenza e ai tipografi». Se c'è stato qualche piccolo dissenso «deficiente crumina», è ben presto svanito con una paterna comprensione.
Non sembri perciò strano ad alcuno, se tra le figure della mia terra vi sia un posto anche per il mio buon tipografo. È un debito che pago, dopo tanti anni di lavoro, percorsi insieme in una comune tenacia d'intenti. Solo chi non ha avuto a che fare coi tipografi potrebbe non sentirsi attratto verso di loro. Egli è una personalità di primo piano nella vita dello scrittore, un compagno indivisibile, partecipe, quasi, del duro travaglio del pensiero. Ha qualcosa di comune con chi scrive e suda sulle carte da mane a sera, martoriando la parola e stillandosi il cervello.
Uomo di lavoro davvero anche lui, il mio tipografo, che ha saputo, con la costanza delle vecchie generazioni, costruirsi pietra su pietra il suo attrezzato complesso. Tra le macchine è il suo posto sin dalle prime ore della giornata: accanto ai suoi operai veglia, osserva e dirige con quella provata esperienza che è frutto di lunghi anni di travaglio.
Lo rivedo sempre là, allorchè m'inoltro, tra il rumore dei rulli e l'ansimare di motori, per mettermi al fianco del proto a rileggere ancora i fogli imbrattati di petrolio o neri d'inchiostro. Il suo sorriso compiacente, quel rispetto, misto a venerazione per l'uomo della penna, donano alla sua fisionomia qualcosa che te lo rende simpatico.
A queste sue doti d'innata signorilità è in gran parte dovuto il rapido sviluppo della sua azienda, la più completa, che onora questa laboriosa terra repubblicana e marinara di Amalfi, che, nei tempi floridi del suo commercio, inviava lontano le sue navi a portare su altri lidi le sue carte di pregio, le più adatte anche per l'uso monetario.
Un senso di legittimo orgoglio gli traspare dal viso quando rievoca i magri inizi della sua carriera, che solo con sacrifici riuscì a percorrere sino alla completa affermazione. Da giovane lavoratore tipografico, dapprima, in quella stessa officina, ove sorge oggi la sua brillante azienda, riuscì a divenirne proprietario cercando nelle lontane terre d'America i mezzi per acquistarla. Duri inizi che la sua modestia nasconde in quei brevi esclamativi che caratterizzano il suo parlare, ma che sono più eloquenti di qualunque discorso.
Una nidiata di figli, laboriosi al par di lui, è subentrata a sostituire le braccia ancor piene d'una freschezza di forze e di volere. Sta tuttora al suo posto di lavoro, ma come il buon condottiero, che, guidato l'esercito al trionfo, lo assiste perché la vittoria sia feconda e duratura.
Goditi pure, mio caro tipografo, la gioia della tua laboriosità! Mi soffermo a guardarti quando con passi lenti e con le braccia appoggiate alla schiena, attraversi le vie della tua città con quel sorriso che nulla ha perduto della sua cordialità. Tu, forse, non pensi che c'è qualcuno che ti nota e ti segue, qualcuno, cui per primo porgesti la parola d'incitamento: quel giovane scrittore, ora uomo maturo, accanto a te nel movimento scorrevole dei rulli, che scruta ancora nell'infinito campo del sapere per eternare nel piombo dei tuoi caratteri la voce della sua anima. Al tuo posto di lavoro son succedute più fresche energie, i rampolli cresciuti sull'albero adusto della tua vita: ma lascia ch'io ritorni a mirare il tuo sorriso d'una volta, quello che m'infondeva giovinezza nel noviziato della parola e mi dava la speranza di non seminare senza frutto.

Domenico Irace
da “Figure e ritratto della mia terra”, Arti Grafiche Andrea De Luca, Amalfi 1957